Tasse di successione in Italia 2026: quanto si paga (e quando non si paga nulla)

Tua madre ti lascia la casa di famiglia, il conto corrente dove riceveva la pensione e un piccolo portafoglio di ETF accumulato in vent’anni. Quanto paghi allo Stato?

Nella maggior parte delle famiglie italiane, la risposta è: nulla, o quasi. L’Italia ha uno degli impianti fiscali sulle successioni più favorevoli d’Europa per i parenti stretti. Le franchigie sono alte, le aliquote sono contenute, e moltissime eredità passano completamente al netto di imposte.

Il problema arriva quando il patrimonio passa a parenti lontani, a conviventi non sposati, o a persone senza legami di sangue. Lì le aliquote salgono e le franchigie spariscono, e il fisco si prende una fetta consistente.

In questo articolo trovi una guida completa all’imposta di successione in Italia: le franchigie per grado di parentela, come si calcola il valore dell’eredità, cosa succede agli immobili, agli ETF e agli strumenti finanziari ereditati. Aggiungo anche due esempi numerici completi per capire cosa aspettarsi nella pratica.

Un avvertimento prima di partire: non sono un consulente fiscale né un notaio. Quello che trovi qui è una guida per capire l’impianto generale, non un consiglio personalizzato. Per successioni con immobili, patrimoni rilevanti o situazioni familiari complesse, il confronto con un professionista (commercialista o notaio) è sempre il passo giusto.

L’imposta di successione: di cosa si tratta

Quando una persona muore, il suo patrimonio passa agli eredi. Lo Stato italiano preleva una quota di quel trasferimento: è l’imposta di successione.

Il meccanismo di base è semplice. Si calcola il valore totale dell’eredità ricevuta da ciascun erede (la sua quota dell’asse ereditario), si sottrae la franchigia (cioè la parte esente), e sull’eventuale eccedenza si applica un’aliquota percentuale. Se sei sotto la franchigia, non paghi nulla.

La cosa che molti non sanno è che l’imposta si calcola separatamente per ciascun erede, non sul totale del patrimonio del defunto. Se un padre lascia 1,8 milioni di euro a due figli in parti uguali, ciascuno eredita 900.000 euro. Poiché la franchigia per i figli è di 1 milione di euro a testa, entrambi sono sotto soglia. Imposta: zero.

Se invece lo stesso patrimonio fosse stato lasciato a un unico figlio, quei 1.800.000 euro avrebbero superato la franchigia da 1 milione di 800.000 euro, generando un’imposta del 4% su quella eccedenza: 32.000 euro. È lo stesso patrimonio, ma il modo in cui è diviso cambia tutto.

Chi paga e chi no: franchigie e aliquote per grado di parentela

Il sistema italiano distingue gli eredi per grado di parentela con il defunto. Più il legame è stretto, più la franchigia è alta e l’aliquota è bassa.

Coniuge e parenti in linea retta (figli, nipoti in linea diretta, genitori): franchigia di 1.000.000 euro per ciascun beneficiario, aliquota del 4% sull’eccedenza. In pratica, la stragrande maggioranza delle successioni in famiglia non genera alcuna imposta.

Fratelli e sorelle: franchigia di 100.000 euro per ciascuno, aliquota del 6% sull’eccedenza. La soglia è molto più bassa, quindi è più facile superarla.

Altri parenti fino al quarto grado e affini: nessuna franchigia, aliquota del 6% sull’intero valore ricevuto. Rientrano in questa categoria zii, nipoti (figli di fratelli), cugini di primo grado.

Tutti gli altri (amici, conviventi non sposati, estranei): nessuna franchigia, aliquota dell’8% sull’intero valore.

Persone con disabilità grave riconosciuta ai sensi della legge 104/92: franchigia di 1.500.000 euro, indipendentemente dal grado di parentela. È una tutela specifica prevista dalla legge.

Vale la pena fermarsi un momento sulla categoria dei conviventi non sposati. In Italia la convivenza di fatto non è equiparata al matrimonio ai fini successori. Un partner convivente che non è sposato con il defunto e non è inserito nel testamento non ha di norma diritto all’eredità, e se lo è (tramite testamento) paga l’aliquota massima dell’8% senza franchigia. È uno dei motivi per cui la pianificazione successoria ha senso anche per le coppie giovani.

Come si calcola il valore dell’asse ereditario

L’asse ereditario è il totale del patrimonio lasciato dal defunto, al netto dei debiti. Da questo valore si parte per calcolare le quote di ciascun erede e, di conseguenza, l’imposta.

Non tutto entra nell’asse ereditario allo stesso modo. I beni mobili (soldi, investimenti, auto) vengono valutati al loro valore di mercato alla data del decesso. Per i conti correnti e i depositi si usa il saldo al momento della morte. Per gli strumenti finanziari (ETF, azioni, obbligazioni) si usa il valore di mercato alla data del decesso, che tipicamente si ricava dai rendiconti del broker o della banca depositaria.

Gli immobili seguono regole diverse, che vediamo tra poco.

Dai beni si sottraggono i debiti accertati: mutuo residuo, debiti verso fornitori, spese funebri (entro certi limiti). Il valore netto che rimane è l’asse ereditario da dividere tra gli eredi secondo le quote stabilite per legge o per testamento.

Gli immobili: il capitolo più complesso

Per molte famiglie italiane il grosso dell’eredità è rappresentato da un appartamento, spesso la casa in cui si è cresciuti. Capire come funziona la tassazione sugli immobili ereditati è quindi prioritario.

La prima cosa da sapere è che gli immobili non entrano nell’asse ereditario al valore di mercato, ma al valore catastale rivalutato, che di solito è molto più basso. Il valore catastale rivalutato si calcola moltiplicando la rendita catastale (scritta nella visura catastale) per certi coefficienti stabiliti dalla legge. In una città come Milano, un appartamento che vale 400.000 euro sul mercato può avere un valore catastale rivalutato di 80.000-120.000 euro. Questa differenza riduce significativamente la base imponibile.

Ma oltre all’imposta di successione calcolata su quel valore catastale, per gli immobili si pagano anche due imposte separate:

  • Imposta ipotecaria (serve per la trascrizione nei registri immobiliari): 2% del valore catastale rivalutato
  • Imposta catastale (serve per la voltura catastale): 1% del valore catastale rivalutato

Esiste però un’eccezione rilevante: se l’immobile ereditato diventa la prima casa dell’erede (cioè l’erede non possiede altri immobili e dichiara di volerla adibire ad abitazione principale nel comune in cui risiede o lavora), imposta ipotecaria e catastale diventano entrambe fisse a 200 euro ciascuna, anziché percentuali.

Su un appartamento con valore catastale rivalutato di 150.000 euro, il risparmio è netto:

  • Senza agevolazione prima casa: 2% + 1% = 4.500 euro
  • Con agevolazione prima casa: 200 + 200 = 400 euro

Una differenza di 4.100 euro per lo stesso immobile, a seconda di come si decide di usarlo.

Due esempi numerici completi

Esempio 1: la famiglia standard italiana

Marino, 74 anni, muore. Lascia:

  • Appartamento (valore catastale rivalutato: 160.000 euro, valore di mercato: 290.000 euro)
  • Conto corrente: 22.000 euro
  • Portafoglio ETF: 85.000 euro
  • Automobile: 9.000 euro

Ai fini dell’imposta di successione, il valore dell’asse ereditario comprende: 160.000 (immobile, valore catastale) + 22.000 + 85.000 + 9.000 = 276.000 euro.

Gli eredi sono la moglie (50%) e un figlio adulto (50%), come prevede la successione legittima in assenza di testamento con un figlio.

Quota moglie: 138.000 euro. Franchigia: 1.000.000 euro. Imposta di successione: zero.
Quota figlio: 138.000 euro. Franchigia: 1.000.000 euro. Imposta di successione: zero.

Per l’appartamento, il figlio vuole abitarci (è la sua prima casa nel comune di residenza):

  • Imposta ipotecaria: 200 euro
  • Imposta catastale: 200 euro

Totale imposte sull’intera successione: 400 euro. Non è un caso fortunato: è la norma per la maggior parte delle famiglie italiane con un patrimonio di queste dimensioni.

Esempio 2: l’eredità che va fuori dalla famiglia stretta

Giovanna, 71 anni, è single, senza figli e senza fratelli. Lascia tutto al nipote Marco, figlio di suo cugino (parente lontano fuori dal quarto grado).

Il patrimonio di Giovanna:

  • Casa di proprietà (valore catastale rivalutato: 220.000 euro)
  • Conto deposito: 60.000 euro
  • Portafoglio ETF: 90.000 euro

Asse ereditario: 220.000 + 60.000 + 90.000 = 370.000 euro, tutto a Marco.

Marco è un parente oltre il quarto grado: rientra nella categoria “tutti gli altri”, aliquota 8%, nessuna franchigia.

Imposta di successione: 8% × 370.000 = 29.600 euro.
Imposta ipotecaria: 2% × 220.000 = 4.400 euro.
Imposta catastale: 1% × 220.000 = 2.200 euro.

Totale: 36.200 euro. Quasi il 10% dell’intero patrimonio ereditato. Un onere concreto, che molti non mettono in conto quando ricevono un’eredità inaspettata.

Se Giovanna avesse lasciato lo stesso patrimonio a un nipote diretto (figlio di fratello o sorella, parente di terzo grado), l’aliquota sarebbe del 6% senza franchigia: 22.200 euro di imposta di successione, più le stesse imposte ipotecaria e catastale. Ancora significativo.

ETF e strumenti finanziari ereditati: cosa succede davvero

Questo è l’aspetto che riguarda più da vicino chi investe in ETF o ha un portafoglio titoli, e che viene spiegato raramente in modo chiaro.

Quando erediti strumenti finanziari (ETF, azioni, obbligazioni, quote di fondi), questi entrano nell’asse ereditario per il loro valore di mercato alla data del decesso. Il broker o la banca depositaria fornisce una certificazione del valore a quella data, che viene usata per il calcolo dell’imposta di successione.

Ma c’è un aspetto molto favorevole che riguarda la tassazione futura quando decidi di vendere quei titoli. Il costo fiscale (il prezzo a cui si considera “acquistato” lo strumento ai fini della plusvalenza) viene aggiornato al valore di mercato alla data della successione, in base all’articolo 68 del TUIR. In pratica, la plusvalenza maturata durante la vita del defunto non viene tassata in capo all’erede.

Un esempio concreto: tuo padre compra un ETF a 10.000 euro. Al momento del suo decesso vale 35.000 euro. Tu erediti quei 35.000 euro. Il tuo costo fiscale su quell’ETF è 35.000 euro. Se lo vendi subito dopo, non paghi nessuna imposta sulla plusvalenza. Se aspetti e lo vendi quando vale 40.000 euro, paghi il 26% solo sui 5.000 euro di guadagno realizzato da quando l’hai ereditato, non sui 30.000 euro di apprezzamento avvenuto durante la vita di tuo padre.

I 25.000 euro di plusvalenza “latente” che tuo padre aveva accumulato scompaiono dal punto di vista fiscale al momento della successione. Per approfondire come funziona la tassazione degli strumenti finanziari in generale, puoi leggere la guida sulla tassazione degli investimenti in Italia.

I debiti si ereditano?

Sì, in Italia si ereditano anche i debiti. L’asse ereditario comprende sia i beni che le passività del defunto, e accettando l’eredità si accettano entrambi.

Se il defunto aveva un mutuo residuo di 80.000 euro e un patrimonio di 200.000 euro, l’asse ereditario netto è 120.000 euro. Ma se i debiti superano i beni, accettando l’eredità semplice l’erede diventerebbe responsabile della differenza anche con il proprio patrimonio personale.

Per proteggersi da questo rischio esiste l’accettazione con beneficio di inventario: una procedura legale che separa il patrimonio del defunto da quello dell’erede. In questo modo i creditori del defunto possono rivalersi solo sui beni ereditati, non su quelli personali dell’erede. Il beneficio di inventario richiede una procedura formale davanti al tribunale o al notaio, ma è gratuita nella sostanza.

Per i figli minori e gli interdetti, il beneficio di inventario scatta automaticamente per legge: non possono accettare un’eredità in modo semplice senza questa protezione.

Rinuncia all’eredità: quando ha senso

Non c’è nessun obbligo di accettare un’eredità. Se l’asse ereditario è negativo (debiti superiori ai beni), o se per qualsiasi ragione non si vuole accettare, è possibile rinunciare formalmente.

La rinuncia va presentata al tribunale competente o al notaio entro tre mesi dall’apertura della successione (che coincide con la data del decesso), se si è già nel possesso dei beni. Altrimenti il termine è di dieci anni, ma conviene non aspettare.

La rinuncia è retroattiva: il rinunciante è considerato come se non fosse mai stato erede. La sua quota passa agli altri eredi (per rappresentazione o per accrescimento, a seconda dei casi) o, in mancanza, allo Stato.

Un caso in cui la rinuncia può avere senso anche in presenza di beni positivi: quando l’erede ha già un patrimonio consolidato e l’accettazione creerebbe complicazioni fiscali o di gestione (un immobile in cattive condizioni in una città lontana, per esempio), mentre la rinuncia permette alla quota di passare al figlio dell’erede, che invece potrebbe beneficiarne maggiormente.

Cosa non rientra nell’asse ereditario

Non tutto il patrimonio del defunto entra nel calcolo dell’imposta di successione. Ci sono beni e diritti che si trasmettono al di fuori della successione o che sono esclusi per legge.

TFR: il trattamento di fine rapporto viene liquidato direttamente ai beneficiari designati dal lavoratore (o agli eredi in mancanza di designazione), ma non entra nell’asse ereditario. Non è soggetto all’imposta di successione. Ne parlo in dettaglio nell’articolo sul TFR: come funziona e dove investirlo.

Polizze vita caso morte: la liquidazione assicurativa per il decesso dell’assicurato va direttamente ai beneficiari designati nella polizza. Non è soggetta all’imposta di successione. È uno degli strumenti più usati per il passaggio di ricchezza in modo fiscalmente efficiente: ne parlo nella guida sull’assicurazione sulla vita.

Fondi pensione: la posizione previdenziale complementare accumulata va ai beneficiari indicati dall’iscritto o, in mancanza, agli eredi legittimi. Ma segue regole proprie e non rientra nell’asse ereditario ai fini dell’imposta di successione. Maggiori dettagli nell’articolo sul fondo pensione complementare.

Titoli di Stato italiani (BTP, BOT, CCT e simili): sono esclusi per intero dall’asse ereditario ai fini dell’imposta di successione, senza limiti di valore e indipendentemente dal grado di parentela dell’erede. Per gli ETF che investono in titoli di Stato il discorso è diverso: l’esenzione riguarda solo la quota del valore del fondo effettivamente investita in titoli di Stato o equiparati alla data di apertura della successione, mentre la parte restante del portafoglio dell’ETF segue le regole ordinarie. Un ETF misto, insomma, non è mai completamente esente: lo è solo per la fetta di titoli di Stato che contiene.

Quota del coniuge in comunione dei beni: se i coniugi erano in regime di comunione dei beni, il 50% del patrimonio comune appartiene già al coniuge superstite. Solo la quota del defunto (l’altro 50%) entra nell’asse ereditario. Questo può ridurre significativamente la base imponibile.

Le donazioni in vita: conviene anticipare il passaggio del patrimonio?

Una domanda che molti si fanno, soprattutto quando i genitori invecchiano: ha senso donare beni in vita anziché aspettare la successione?

Dal punto di vista fiscale puro, le donazioni seguono le stesse aliquote e franchigie dell’imposta di successione. Donare a un figlio in vita non costa meno di lasciare lo stesso bene in eredità. Le regole sono simmetriche per design, per evitare che le persone aggirino l’imposta di successione attraverso donazioni fatte prima della morte.

C’è però un meccanismo importante da conoscere: le franchigie si consumano nell’arco della vita. Se doni 600.000 euro a tuo figlio oggi (entro la franchigia da un milione, quindi senza imposta), alla tua morte tuo figlio potrà ricevere ancora 400.000 euro in franchigia dall’eredità. Le donazioni si cumulano con la successione ai fini del calcolo della franchigia residua.

Un caso in cui la donazione in vita può avere senso pratico: trasferire un immobile mentre si è ancora in vita permette di evitare la complessità della procedura successoria e di risolvere subito questioni di intestazione. Il costo fiscale è comparabile, ma il risparmio in termini di tempo e complicazioni legali può valere la pena.

Un caso in cui invece la donazione può essere svantaggiosa: donare strumenti finanziari in guadagno che, se fossero stati ereditati, avrebbero beneficiato dell’azzeramento del costo fiscale. Se dono a mio figlio un ETF che ho comprato a 10.000 euro e ora vale 50.000, mio figlio eredita il mio costo fiscale originale (10.000 euro). Se invece lo riceve in successione, il suo costo fiscale è 50.000 euro. Sulla differenza tra questi due scenari c’è una plusvalenza latente di 40.000 euro che nel secondo caso non viene mai tassata.

La dichiarazione di successione: chi deve presentarla e come funziona

Quando qualcuno muore, gli eredi devono presentare la dichiarazione di successione all’Agenzia delle Entrate entro 12 mesi dalla data del decesso.

Ci sono casi in cui la dichiarazione non è obbligatoria. Non va presentata se si verificano contemporaneamente tutte e tre queste condizioni: l’eredità non comprende immobili, il valore netto dell’asse ereditario è inferiore a 100.000 euro, e gli eredi sono esclusivamente il coniuge e/o i parenti in linea retta (genitori, figli, nonni, nipoti diretti). Se anche una sola di queste condizioni non è soddisfatta, la dichiarazione è obbligatoria.

La dichiarazione si presenta telematicamente attraverso il sito dell’Agenzia delle Entrate (modello “Dichiarazione di successione”). In alternativa ci si può rivolgere a un CAF, a un commercialista o a un notaio. Per successioni che includono immobili, la strada del professionista è quasi sempre consigliabile: ci sono valutazioni catastali da fare, trascrizioni da richiedere, e la procedura è più lunga di quanto sembri.

Le imposte calcolate sulla dichiarazione devono essere pagate entro 60 giorni dall’avviso di liquidazione emesso dall’Agenzia delle Entrate. Per importi superiori a una certa soglia è possibile chiedere la rateizzazione: le condizioni esatte (numero di rate, eventuali interessi) vanno verificate al momento della necessità con l’Agenzia delle Entrate o con il proprio commercialista, perché possono cambiare nel tempo.

Il testamento: quando cambia le cose

In assenza di testamento, la successione segue le regole legali: la legge stabilisce chi sono gli eredi e in quale proporzione. Coniuge, figli e genitori hanno quote predeterminate.

Il testamento permette di deviare da queste regole, entro certi limiti. In Italia esiste la cosiddetta quota di legittima: una porzione del patrimonio che la legge riserva obbligatoriamente ai parenti più stretti (coniuge e figli, in primo luogo), indipendentemente da quello che il testamento stabilisce. Non si può diseredare completamente un figlio.

La parte del patrimonio che eccede la quota di legittima (la “quota disponibile”) può essere destinata a chiunque: un amico, un’associazione, un nipote lontano, un convivente. Il testamento è lo strumento con cui si esprime questa volontà in modo formale e vincolante.

Dal punto di vista fiscale, ricevere un’eredità per testamento non è diverso dal riceverla per legge: le stesse aliquote e franchigie si applicano in base al grado di parentela. Se un testamento assegna 200.000 euro a un amico, quell’amico paga l’8% senza franchigia, esattamente come avverrebbe nella successione legittima.

Il testamento ha però un valore pratico enorme: evita liti tra eredi, chiarisce le intenzioni del defunto, e permette di distribuire specifici beni a persone specifiche. Per i portafogli di investimento, il testamento può indicare esplicitamente chi riceve quale conto titoli, evitando che la divisione avvenga in modo inefficiente (con vendite forzate per dividere il valore).

Una nota sul passaggio generazionale degli investimenti

Il tema della successione riguarda tutti, non solo chi ha grandi patrimoni. Un appartamento, qualche risparmio e un portafoglio ETF da 50.000 euro sono patrimoni che meritano una riflessione su chi li riceverà e a quali condizioni.

Alcune azioni pratiche che non costano nulla ma che fanno la differenza:

  • Verificare e aggiornare i beneficiari designati su polizze vita e fondi pensione: si aggiornano direttamente con l’assicurazione o con il gestore, non passano dal testamento
  • Documentare i conti titoli e i broker utilizzati in un posto accessibile alla famiglia: gli investimenti “segreti” spesso rimangono bloccati per anni nelle successioni complicate
  • Ragionare se il regime patrimoniale (separazione o comunione dei beni) riflette quello che si vuole per la successione
  • Pensare a un testamento se ci sono persone care che non sarebbero eredi legittimi (un convivente non sposato, un nipote preferito, un’associazione)

Per situazioni più articolate (immobili intestati in modo complicato, eredità con più coeredi, patrimoni rilevanti) il costo di una consulenza con un notaio o un commercialista è quasi sempre inferiore al costo degli errori che si fanno senza. Nella pianificazione del proprio patrimonio, strumenti come la guida alle detrazioni fiscali possono aiutarti a capire meglio il quadro complessivo delle scelte fiscali che incidono sulla costruzione del patrimonio nel tempo.

Conclusioni

Per la maggior parte delle famiglie italiane, l’imposta di successione è quasi invisibile: le franchigie da un milione per coniuge e figli proteggono patrimoni anche consistenti, e moltissime successioni si chiudono con poche centinaia di euro di imposte totali. Il sistema italiano, su questo punto, è tra i più favorevoli d’Europa per i trasferimenti familiari diretti.

Il discorso cambia quando l’eredità esce dalla cerchia stretta: parenti lontani, conviventi, amici. Lì le aliquote salgono e le franchigie spariscono, e un patrimonio anche modesto può generare imposte significative.

Per chi investe, c’è poi un elemento specifico da conoscere: gli strumenti finanziari ereditati azzerano la plusvalenza latente ai fini fiscali, un vantaggio non trascurabile per chi ha portafogli in guadagno da trasferire alla generazione successiva.

Questo articolo non sostituisce una consulenza professionale. Per successioni con immobili di valore, situazioni familiari complesse, o patrimoni rilevanti, il confronto con un notaio o un commercialista è l’investimento più sensato che puoi fare.

Non sono un consulente finanziario né fiscale. Quello che hai letto è frutto di ricerca e studio personale, non di una consulenza professionale. Le normative fiscali possono cambiare: verifica sempre le informazioni aggiornate su fonti ufficiali prima di prendere decisioni.

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