Ogni volta che una crisi geopolitica occupa le prime pagine, sui forum di finanza personale compare puntualmente la stessa domanda: “Con quello che sta succedendo, non è il caso di uscire dal mercato?” Lo Stretto di Hormuz che torna sotto i riflettori, nuovi dazi tra USA e Cina, conflitti attivi in due continenti. Le notizie si accumulano, l’ansia cresce, e il dito si avvicina pericolosamente al tasto “vendi”.
Ho attraversato questa sensazione anch’io. Nel 2020, quando i mercati crollavano del 34% in cinque settimane, guardavo il portafoglio scendere ogni giorno e il TG annunciava il collasso dell’economia globale. L’impulso di vendere era fortissimo. Non l’ho fatto, e nei mesi successivi ho capito perché quella scelta fosse quella giusta: non per fortuna, ma perché i dati storici raccontano una storia molto precisa su come i mercati rispondono agli shock geopolitici.
Questo articolo parla di quella storia. Non per rassicurarti in modo superficiale e dirti che va tutto bene, ma per mostrarti cosa è successo concretamente ai portafogli durante le grandi crisi degli ultimi trent’anni, quanto costa davvero agire per paura, e cosa fare (soprattutto: cosa non fare) la prossima volta che il telegiornale annuncia una nuova catastrofe.
Il rischio che percepiamo e quello che conta davvero
Partiamo da un fatto scomodo: siamo programmati per sopravvalutare i rischi che vediamo in faccia. Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia nel 2002, ha documentato questo meccanismo in modo esteso nel suo lavoro sulle euristiche cognitive. Quando un evento è vivido, recente e drammatico (una guerra trasmessa in diretta, un porto bloccato, un attacco terroristico) il nostro cervello lo tratta come se fosse molto più probabile e devastante di quanto i dati suggeriscano. Kahneman chiama questo meccanismo availability heuristic: giudichiamo la probabilità di un evento in base alla facilità con cui riusciamo a immaginarlo, non in base alle statistiche reali.
Per un investitore, questa distorsione cognitiva è costosa. Quando le notizie geopolitiche saturano i media, la catastrofe economica sembra non solo possibile ma imminente. Il problema è che i mercati finanziari non funzionano come il TG: non aspettano che tu abbia visto le immagini per incorporare l’informazione. Quando una crisi è visibile abbastanza da farti venir voglia di vendere, quella crisi è già ampiamente prezzata da milioni di operatori professionali che l’hanno valutata prima di te, con più dati, modelli più sofisticati e senza il filtro emotivo della diretta televisiva.
Questo non significa che i mercati siano perfetti o che non esistano rischi reali. Significa che il momento in cui ti sembra più sensato vendere è quasi sempre il momento peggiore per farlo. L’effetto gregge in finanza funziona esattamente così: tutti vendono quando le notizie sono pessime (cioè quando i prezzi sono già bassi) e tutti comprano quando le notizie sono buone (cioè quando i prezzi sono già alti). È la ricetta perfetta per comprare caro e vendere a sconto.
Quello che la storia dice davvero
Lasciamo da parte la teoria e andiamo ai numeri. Ho selezionato cinque tra i principali shock geopolitici degli ultimi trent’anni e ho guardato cosa è successo ai mercati azionari globali prima, durante e dopo ciascuno. I dati vengono da fonti pubbliche: Bloomberg, S&P Global e i report storici di JP Morgan Asset Management.
La guerra del Golfo (1990-1991)
Il 2 agosto 1990 l’Iraq invade il Kuwait. Nei mesi successivi l’S&P 500 perde circa il 20%, trascinato soprattutto dal timore di un blocco delle forniture petrolifere attraverso il Golfo Persico. I titoli dei giornali parlano di recessione globale, crisi energetica, terza guerra mondiale. Poi, il 17 gennaio 1991, parte l’Operazione Desert Storm. La guerra si conclude in quarantatré giorni. I mercati reagiscono immediatamente: l’S&P 500 recupera tutte le perdite nei sei mesi successivi alla fine del conflitto e nei dodici mesi successivi guadagna oltre il 30%.
Chi aveva venduto al picco del panico, in ottobre 1990, si è perso uno dei rimbalzi più veloci della storia recente. Chi aveva mantenuto la posizione ha visto il portafoglio tornare ai livelli pre-crisi e salire oltre.
L’11 settembre 2001
L’attacco alle Torri Gemelle è uno degli eventi più traumatici della storia contemporanea. La borsa americana rimase chiusa per quattro giorni interi (evento senza precedenti nell’era moderna), e quando riaprì il 17 settembre subì un crollo del 14% nella sola settimana di riapertura. Il sentiment era apocalittico: attacchi ulteriori, guerra imminente, collasso dell’economia americana.
L’indice MSCI World, che misura i mercati azionari dei principali paesi sviluppati, recuperò integralmente le perdite nell’arco di tre mesi. Chi aveva resistito senza vendere era già tornato in pari prima di Natale 2001. Tre mesi dopo uno degli attacchi terroristici più gravi della storia.
La crisi di Crimea e l’invasione dell’Ucraina
L’annessione della Crimea nel 2014 ha generato settimane di titoli catastrofici: sanzioni, isolamento della Russia, rischio di escalation militare in Europa. I mercati occidentali hanno subito una correzione del 5-7% nei giorni immediatamente successivi, poi hanno ripreso a salire senza interruzione. Tra il 2014 e il 2021 l’MSCI World ha restituito oltre il 120% in euro. Chi aveva venduto citando Crimea ha perso sette anni di crescita.
L’invasione su larga scala dell’Ucraina nel febbraio 2022 merita un discorso più preciso. L’MSCI World ha perso circa il 18% nel corso del 2022, ed è vero che il conflitto ha contribuito. Ma il fattore dominante di quell’anno era un altro: l’inflazione ai massimi da quarant’anni e la risposta delle banche centrali con rialzi dei tassi tra i più aggressivi della storia recente. La Federal Reserve ha alzato i tassi dal quasi 0% al 4,5% in dodici mesi. Quello era lo shock sistemico che pesava sui mercati, non la guerra in sé. Attribuire la correzione del 2022 alla geopolitica significa sbagliare diagnosi, e una diagnosi sbagliata porta a terapie sbagliate.
Il COVID-19 (2020): lo shock più recente e più utile
Questo è l’esperimento naturale più recente, e il più istruttivo perché ce lo ricordiamo bene. Tra febbraio e marzo 2020 l’MSCI World ha perso il 34% in circa cinque settimane: uno dei crolli più veloci della storia dei mercati. Le notizie erano di quelle che ti tolgono il sonno: pandemia globale, lockdown in ogni continente, PIL in caduta verticale, petrolio sotto zero, disoccupazione record negli USA. Ogni sera sembrava che il giorno dopo sarebbe stato peggio.
Chi ha venduto a marzo 2020 si è ritrovato a dover scegliere: rientrare subito (a prezzi ancora bassi ma con il rischio percepito altissimo) oppure aspettare “che si stabilizzi”. Quelli che hanno aspettato che si stabilizzasse si sono persi il rimbalzo: l’MSCI World aveva già recuperato tutto entro agosto 2020, meno di cinque mesi dopo il minimo. Nei dodici mesi successivi al fondo ha guadagnato il 54%. I mercati non aspettano che le notizie migliorino: anticipano la ripresa molto prima che sia visibile.
Ho scritto in modo più esteso su come affrontare psicologicamente questi momenti nell’articolo su come investire durante un bear market: le strategie pratiche per non farsi travolgere dall’emotività quando il portafoglio scende.
I dazi e le guerre commerciali
La guerra commerciale tra USA e Cina del 2018-2019 ha prodotto mesi di volatilità e titoli di giornale sulla fine della globalizzazione. L’S&P 500 ha chiuso il 2018 in negativo (-6%), con picchi di volatilità notevoli. Nel 2019 ha guadagnato il 29%. I nuovi dazi annunciati nel 2025 hanno scatenato un’altra ondata di panico: l’MSCI World ha perso circa il 15% nelle settimane successive agli annunci, salvo poi recuperare buona parte della correzione nei mesi successivi. Il pattern si ripete con una coerenza notevole: prima il panico, poi l’adattamento, poi la ripresa.
I dazi hanno effetti reali sull’economia: alzano i prezzi, riducono i volumi di scambio, pesano su alcune industrie. Non sto dicendo che siano irrilevanti. Sto dicendo che i mercati tendono a scontare gli scenari negativi molto più velocemente di quanto gli investitori retail riescano a reagire, e che vendere dopo che la notizia è già nei prezzi non è una strategia: è inseguire un’informazione già vecchia.
La differenza tra volatilità e perdita permanente
C’è una distinzione che vale la pena interiorizzare, perché cambia completamente il modo in cui si legge una crisi: la differenza tra una perdita temporanea e una perdita permanente.
Quando il portafoglio scende del 20% durante uno shock geopolitico, quella cifra sul conto titoli è reale ma non è irreversibile, a patto che tu non venda. È come se la casa che hai comprato dieci anni fa valesse oggi il 20% in meno sul mercato immobiliare: è una perdita contabile, ma finché non la vendi non hai realizzato niente. Se aspetti che il mercato si normalizzi, il valore recupera. La storia dei mercati azionari, su orizzonti di dieci anni o più, è fatta di questa successione: shock, crollo, ripresa, nuovi massimi.
La perdita diventa permanente solo nel momento in cui vendi. Quel 20% di rosso sul conto si cristallizza in una perdita reale, e per recuperarla dovrai non solo rientrare nel mercato (cosa che quasi nessuno fa al momento giusto, cioè ai minimi) ma farlo a prezzi più alti di quelli a cui hai venduto. Chi ha venduto a marzo 2020 e ha poi riacquistato ad agosto 2020 ha comprato al 54% più caro rispetto al minimo.
Gli shock geopolitici, a differenza delle crisi sistemiche (come il 2008, quando il sistema finanziario stesso era in crisi strutturale), non distruggono in modo permanente la capacità delle aziende di generare valore. Una guerra blocca temporaneamente alcune supply chain, fa salire il petrolio, aumenta l’incertezza. Ma le aziende che compongono un ETF globale diversificato continuano ad adattarsi, innovare, trovare nuovi mercati. È quello che hanno sempre fatto.
Il costo reale del market timing emotivo
Fin qui abbiamo guardato cosa succede ai mercati. Adesso guardiamo cosa succede agli investitori che cercano di uscire e rientrare nel momento giusto: quello che in gergo si chiama market timing.
JP Morgan Asset Management pubblica ogni anno la sua Guide to the Markets, uno dei documenti di dati finanziari più completi e citati al mondo. Uno dei grafici più noti mostra cosa succede al rendimento dell’S&P 500 se si perdono i giorni migliori del mercato. Nel periodo 2003-2022 (vent’anni), chi ha mantenuto l’investimento per tutti i giorni di mercato ha ottenuto un rendimento annualizzato del 9,8%. Chi ha perso i 10 migliori giorni: 5,6%. Chi ha perso i 20 migliori giorni: 2%. Chi ha perso i 30 migliori giorni: -0,4%. Trent’anni di storia per un rendimento negativo, semplicemente perché si è stati fuori dal mercato nei giorni sbagliati.
Il punto è che i giorni migliori del mercato tendono a concentrarsi nei periodi di maggiore volatilità, spesso nelle settimane immediatamente successive ai crolli più profondi. Chi vende durante un crollo per paura si trova fuori dal mercato esattamente quando arriva il rimbalzo più violento. Non è una coincidenza: è strutturale. I mercati si riprendono di scatto, non lentamente.
Il DALBAR Institute, che studia il comportamento degli investitori retail americani ogni anno dal 1994 nel suo Quantitative Analysis of Investor Behavior, documenta questo gap in modo sistematico. Nel periodo 2002-2022, l’S&P 500 ha reso in media il 9,65% annuo. L’investitore medio di fondi azionari ha ottenuto il 6,81% annuo. La differenza, quasi tre punti percentuali all’anno, non viene da costi più alti o da scelte di strumenti sbagliate: viene dal comportamento. Dall’acquistare quando i prezzi sono già alti e vendere quando sono bassi, guidati dalle notizie.
Su un orizzonte di vent’anni, tre punti percentuali all’anno fanno una differenza enorme. Facciamo i conti su un esempio concreto. Supponiamo che Marco abbia investito 10.000€ in un ETF MSCI World nel 2003. Con il rendimento storico dell’indice (circa 9,5% annualizzato in euro nel periodo), dopo vent’anni si ritrova con circa 61.000€. Se invece il comportamento emotivo gli ha sottratto 3 punti all’anno, ottenendo il 6,5%, dopo vent’anni ha circa 35.000€. La differenza è di 26.000€: persi non per scelte di strumenti, ma per aver venduto nei momenti sbagliati.
Ho dedicato un articolo intero a questo tema, con dati e simulazioni: perché il market timing non funziona. Vale la lettura, soprattutto se senti l’impulso di “aspettare che passi la tempesta”.
Lo Stretto di Hormuz e il prezzo del petrolio: perché non è la storia che sembra
Lo Stretto di Hormuz merita una menzione separata perché è tornato al centro dell’attenzione e perché il meccanismo di trasmissione al portafoglio è meno diretto di quanto si creda.
È vero che circa il 20% del petrolio mondiale transita dallo Stretto di Hormuz. Qualsiasi tensione in quella zona fa salire il prezzo del petrolio, e un petrolio più caro pesa sull’inflazione, sui costi di produzione, sui margini aziendali. La logica del “quindi vendo le azioni” sembra lineare. Però, nell’arco degli ultimi trent’anni, ogni crisi di Hormuz (1987-1988 con la guerra Iran-Iraq, le tensioni del 2012 con le sanzioni all’Iran, le crisi del 2019 con gli attacchi alle petroliere) ha prodotto spike del petrolio temporanei, seguiti da un ritorno alla normalità.
C’è anche un altro fattore che è cambiato strutturalmente: la diversificazione energetica. Gli Stati Uniti sono diventati il primo produttore mondiale di petrolio grazie allo shale oil, l’Arabia Saudita ha interesse a mantenere prezzi moderati per non accelerare la transizione alle rinnovabili, e l’economia globale è meno dipendente dal petrolio rispetto agli anni ’70 (il consumo di energia per unità di PIL nei paesi OCSE si è più che dimezzato dal 1973 secondo i dati IEA). Le tensioni a Hormuz restano un rischio reale, ma l’impatto sistemico su un portafoglio diversificato è molto più limitato di quanto la copertura mediatica lasci pensare.
Chi ha in portafoglio un ETF azionario globale come MSCI World ha esposizione a migliaia di aziende distribuite su decine di paesi. Alcune soffrono quando il petrolio sale (le compagnie aeree, i trasporti), altre ne beneficiano (le major petrolifere, le rinnovabili). La diversificazione non elimina la volatilità, ma attenua fortemente l’impatto di ogni singolo shock settoriale o geografico. È precisamente per questo che esiste.
Come un portafoglio ETF diversificato assorbe gli shock
La diversificazione non è solo una buona pratica: è il meccanismo che rende il portafoglio resiliente agli shock. Un portafoglio che combina azionario globale, obbligazionario e oro non si muove tutto nella stessa direzione durante una crisi geopolitica.
Durante gli shock geopolitici il comportamento tipico delle asset class è questo: l’azionario scende, le obbligazioni governative tendono a salire (gli investitori cercano rifugio nei titoli di Stato considerati sicuri), e l’oro quasi sempre si apprezza (è il bene rifugio per eccellenza nei momenti di incertezza geopolitica). Un portafoglio bilanciato che include tutte e tre queste componenti vede le perdite sull’azionario parzialmente compensate dai guadagni sulle altre due.
L’effetto concreto è che la volatilità del portafoglio complessivo è molto inferiore a quella della sola componente azionaria. Un portafoglio 60/40 (60% azioni, 40% obbligazioni) ha storicamente subito drawdown (cioè perdite dal picco) significativamente inferiori a un portafoglio 100% azionario durante le crisi geopolitiche. Se stai costruendo un portafoglio da zero o vuoi capire come strutturare la tua asset allocation, gli articoli sul portfolio da 10.000€ e sul portfolio da 50.000€ mostrano costruzioni concrete con dati storici reali.
Un aspetto spesso sottovalutato è il ruolo del ribilanciamento. Quando l’azionario scende durante una crisi, un portafoglio bilanciato che viene ribilanciato sistematicamente compra automaticamente più azioni ai prezzi bassi (vendendo la componente che è salita, tipicamente obbligazioni o oro) e si prepara al rimbalzo. È l’implementazione meccanica del principio “compra basso, vendi alto” senza richiedere nessuna capacità di previsione. Ne parlo in dettaglio nell’articolo sul ribilanciamento del portafoglio.
Quando il rischio geopolitico diventa sistemico (e come riconoscerlo)
Tutto quanto detto finora ha un limite che vale la pena esplicitare chiaramente: vale per gli shock geopolitici tipici, non per le crisi sistemiche. La distinzione è importante.
Una crisi geopolitica è uno shock esterno al sistema economico: una guerra, un blocco commerciale, un attacco terroristico. Il sistema economico viene perturbato, ma la sua struttura di base resta intatta. Le aziende continuano a produrre, le banche continuano a funzionare, i consumatori continuano a spendere (magari di meno, ma non smettono). La ripresa avviene perché le fondamenta non sono compromesse.
Una crisi sistemica è diversa: è quando il problema è dentro il sistema finanziario stesso. Il 2008 non era solo una recessione: era il rischio reale che il sistema bancario occidentale collassasse. Il credito si era bloccato, le banche non si prestavano soldi tra loro, intere istituzioni finanziarie erano sull’orlo del fallimento. Quello era uno scenario in cui le normali regole non si applicavano, e il recupero ha richiesto cinque anni e interventi massicci delle banche centrali di tutto il mondo.
Come distinguere i due casi in tempo reale? Non è sempre facile, ma ci sono segnali: quando le banche centrali smettono di cooperare, quando il mercato interbancario si congela, quando le banche commerciali iniziano a limitare i prelievi, quando il sistema dei pagamenti è a rischio. Queste sono le condizioni che storicamente hanno preceduto le crisi sistemiche. Una guerra in Medio Oriente, nuovi dazi USA-Cina, tensioni nel Golfo Persico non rientrano in questa categoria, per quanto gravi e preoccupanti sul piano geopolitico.
Cosa fare concretamente la prossima volta
Arriviamo al punto pratico. La prossima crisi geopolitica arriverà. Non so quando, non so quale sarà, ma so che arriverà e che i titoli dei giornali saranno spaventosi. Ecco cosa ho imparato a fare (e cosa ho imparato a smettere di fare) in questi anni.
La prima cosa è non aprire il conto titoli ogni giorno durante una crisi. Non perché sia sbagliato tenere monitorata la situazione, ma perché la frequenza con cui guardi il portafoglio durante la volatilità correla direttamente con la probabilità di fare scelte impulsive. Se guardi ogni ora, trovi ogni ora un motivo per vendere. Se guardi ogni mese, vedi il trend di lungo periodo. Tenersi informati sull’economia va benissimo: controllare ossessivamente le quotazioni durante uno shock geopolitico è controproducente.
La seconda cosa è avere un piano scritto prima che la crisi arrivi. Un documento con la tua asset allocation target, i tuoi obiettivi di investimento e l’orizzonte temporale. Quando il portafoglio scende del 20% e il TG fa il peggio del peggio, aprire quel documento e rileggere “orizzonte: 20 anni, obiettivo: costruire patrimonio per la pensione” è molto più efficace di qualsiasi ragionamento a caldo. Decidere in anticipo cosa fare durante una crisi è infinitamente più facile che decidere mentre la crisi è in corso.
La terza cosa, se la crisi ha portato il mercato giù del 15-20% o più, è valutare se il ribilanciamento è opportuno. Non vendere, ma comprare: se la tua asset allocation target prevede il 70% di azionario e la correzione l’ha portato al 60%, ribilanciare significa comprare azioni mentre sono in sconto, finanziando l’acquisto con la parte del portafoglio che è salita (obbligazioni o oro). È la mossa opposta a quella che istinto ci suggerisce, ed è esattamente per questo che funziona.
Infine, se l’ansia da mercato è strutturale e ogni correzione ti toglie il sonno, la risposta non è cambiare strategia: è cambiare il profilo di rischio del portafoglio. Un portafoglio con meno azionario e più obbligazionario perde di meno durante le crisi, ma guadagna di meno nel lungo periodo. È un trade-off esplicito, non un difetto. Se dormire tranquillo vale qualche punto percentuale di rendimento in meno, quella è la scelta giusta per te. L’unico profilo di rischio sbagliato è quello che ti porta a vendere nel momento peggiore.
Il punto su cui voglio chiudere è questo: le crisi geopolitiche fanno paura. Fanno paura anche a me, come persona oltre che come investitore. Il rischio di una guerra più ampia, di un blocco energetico, di una recessione globale non è zero. Ma la storia mostra con una chiarezza notevole che l’investitore diversificato che mantiene la rotta durante questi periodi non solo sopravvive, ma spesso esce da quelle fasi in una posizione migliore di chi ha cercato di scappare. Non perché sia stato coraggioso, ma perché aveva un piano e lo ha seguito.
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