Ribilanciamento portafoglio: è davvero essenziale?

Il ribilanciamento di portafoglio è quel processo che permette di riportare la percentuale dei titoli ai livelli iniziali definiti dal nostro piano di investimento. Tale processo ha come scopo di mantenere il rischio atteso ai livelli prestabiliti.

Per fare un esempio di come funziona un ribilanciamento, supponiamo di avere un portafoglio 50/50 azioni/obbligazioni. Se durante il periodo precedente le azioni hanno dei rendimenti maggiori rispetto alle obbligazioni, le percentuali in portafoglio dei due asset si spostano e comportano una sovraesposizione di un asset rispetto ad un altro. Per esempio potremmo arrivare ad avere un portafoglio 70/30. Il risultato è che rispetto alla nostra allocazione iniziale, la nostra percentuale di azioni è maggiore pertanto il rischio di portafoglio potrebbe essere più elevato rispetto all’allocazione iniziale che abbiamo pensato.

Per ribilanciare il portafoglio possiamo:

  • vendere le quote degli asset in eccesso per acquistare quote degli asset in difetto;
  • versare extra-liquidità o spostare i versamenti periodici di un eventuale pac sugli asset in difetto senza vendere le quote degli asset in eccesso.

Il primo metodo consente un ribilanciamento portafoglio istantaneo ma ha un costo maggiore rispetto al secondo, in quanto liquidando le posizioni in eccesso dovremmo pagare le tasse sull’eventuale capital gain e facendo operazioni di compravendita dobbiamo pagare più commissioni.

Modalità di ribilanciamento

Il ribilanciamento di portafoglio può essere fatto in diversi modi. I più semplici e conosciuti sono i seguenti:

  • Ribilanciamento periodico: consiste nel ribilanciare gli asset in portafoglio con cadenze prestabilite, per esempio ogni anno, ogni due anni e così via. E’ il metodo più semplice da eseguire tuttavia è meno responsive rispetto all’altro metodo, ossia ignora completamente come si spostano gli asset nel tempo;
  • Ribilanciamento dinamico (constant-mix): consiste nel ribilanciare il portafoglio quando uno degli asset in portafoglio si sposta rispetto all’asset allocation iniziale oltre ad una certa soglia prestabilita. Esistono due modi per effettuare un constant-mix:
    • Constant-mix a corridoio (assoluto): se stabiliamo una soglia del 10% e il nostro portafoglio 50/50 raggiunge una allocazione 60/40 (50+10%) procederemo a ribilanciare per riportare l’allocazione ai livelli iniziali.
    • Constant-mix a bande (relativo): se stabiliamo una soglia del 10% e il nostro portafoglio 50/50 raggiunge una allocazione 55/45 (50*10% = variazione del 5%) procederemo a ribilanciare per riportare l’allocazione ai livelli iniziali;

Scopo dell’articolo è quello di analizzare l’impatto in termini di rendimento e rischio dei diversi tipi di ribilanciamento.

Ribilanciamento applicato ad un portafoglio 50/50

Prendendo ad esempio un portafoglio 50% S&P500 e 50% obbligazioni a lungo termine, vediamo come sarebbe cambiata l’asset allocation nel tempo senza ribilanciamento (figura 1), con ribilanciamento annuale (figura 2), con ribilanciamento constant-mix a corridoio con variazione al 10% rispetto all’asset allocation totale (figura 3) oppure a bande sempre con variazione al 10% relativa alla variazione per singolo asset (figura 4).

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N° ribilanciamenti periodici:  37
N° ribilanciamenti constant-mix a corridoio:  8
N° ribilanciamenti constant-mix a bande:  28

Se non avessi mai ribilanciato il portafoglio, al termine del periodo 1987-2023 avrei chiuso con un allocazione 86% azionario 14% obbligazionario.

In tutti gli altri casi la mia allocazione si sarebbe attestata intorno ad un range +/- 10% circa dall’allocazione iniziale, sia che avessi ribilanciato annualmente, sia utilizzando un ribilanciamento constant-mix.

Sottolineo però come il comportamento di un ribilanciamento di portafoglio dinamico (in particolar modo quello a bande) avrebbe fatto sì che fossimo restati il più possibile fedeli alla nostra allocazione iniziale, specialmente nei momenti di forte ribasso (2002 e 2009 in primis).

Comportamento dei portafogli a seguito di diverse metodologie di ribilanciamento

Dato che un’analisi sull’intero periodo non ha molta valenza, in quanto è palese che il portafoglio non ribilanciato abbia avuto al termine di periodo un rendimento ed una volatilità molto più alta degli altri tre portafogli (perché l’allocazione si sposta sull’asset più redditizio, che man mano acquista un maggior peso nel portafoglio), procediamo a creare una simulazione più sensata, prendendo dei periodi rolling di analisi prima di 10 e poi di 20 anni.

Vediamo cioè come si sarebbero comportati N portafogli iniziati in ogni mese dal 1987 per una durata di ciascun portafoglio di 10 anni e di 20 anni.

Backtest rolling a 10 anni

VariabiliNo ribilanciamentoRibilanciamento periodicoRibilanciamento dinamico corridoioRibilanciamento dinamico bande
Portafogli analizzati311311311311
Rendimento medio annuo7.95%7.55%7.93%7.56%
Deviazione standard annuale9.74%7.58%7.81%7.77%
Deviazione standard
a scadenza
3.37%2.76%2.66%2.63%
Rendimento minimo0.69%2.41%2.64%2.37%
Rendimento massimo13.69%12.96%13.17%12.71%
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Backtest rolling a 20 anni

VariabiliNo ribilanciamentoRibilanciamento periodicoRibilanciamento dinamico corridoioRibilanciamento dinamico bande
Portafogli analizzati191191191191
Rendimento medio annuo7.11%6.94%7.33%6.96%
Deviazione standard annuale9.91%7.65%7.86%7.83%
Deviazione standard
a scadenza
.906%.992%.933%.941%
Rendimento minimo5.44%5.35%5.74%5.48%
Rendimento massimo9.09%9.03%9.23%8.93%
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Ribilanciamento di portafoglio: cosa ci portiamo a casa

Il ribilanciamento di portafoglio non comporta una sostanziale variazione di rendimento in nessun caso, mentre comporta un incremento non marginale della volatilità annuale. Tuttavia, seguendo quello che dice il professor Coletti, che seguo assiduamente, ad un investitore non dovrebbe interessare la volatilità istantanea, mensile o annuale, ma solo quella a scadenza, quindi al termine dei 10 o dei 20 anni. Ho voluto quindi aggiungere anche la deviazione standard a scadenza. Questo tipo di deviazione standard ci dice quanto sarebbero oscillati i rendimenti dei portafogli per i quali ho fatto backtesting a scadenza e non durante il percorso.

Onestamente io sarei d’accordo col professore solo se fossimo tutti investitori completamente razionali, che resistiamo all’impulso di guardare come va il nostro portafoglio almeno una volta al mese. Tuttavia nessun investitore che ho conosciuto riesce a non guardare mai il portafoglio per 10 anni consecutivi. Solitamente si tende anzi a fare l’opposto, ossia a guardarlo troppo spesso. E questo può causare panico se il percorso è molto travagliato.

Quindi se siete degli investitori completamente razionali e vi interessa solo la volatilità a scadenza, potete pensare anche di non ribilanciare durante gli anni, in quanto storicamente la variazione di rendimento è marginale e ribilanciare sarebbe solo un costo.

Invece, se siete investitori più emotivi, che tendono a guardare periodicamente l’andamento del portafoglio, ribilanciare consente di mantenere allineata la volatilità alla vostra asset allocation iniziale.

Infine, tra i vari metodi di ribilanciamento non c’è grossa differenza. Storicamente, un ribilanciamento constant-mix a corridoio è quello che vi garantisce il miglior compromesso tra rischio e rendimento. Inoltre, è quello che richiede la minore manutenzione del portafoglio tra tutti i tipi di ribilanciamento analizzati e quindi mediamente tende a costare meno.

Grazie per la lettura.

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F D

Molto interessante questo articolo. Personalmente per il mio lazy portfolio l’autore consiglia un ribilanciamento a corridoio. Tuttavia ogni fine anno sono indeciso se ribilanciare comunque, per compensare plusvalenze e minusvalenze (se ci sono ovviamente) e anche “eludere” la patrimoniale dello 0,2%. Plus e minus le potrei compensare in qualunque momento, la tassa no, e comunque c’è da tenere conto di commissioni e spread. Non sono giunto a una conclusione univoca, magari potrebbe essere argomento per un tuo prossimo post.

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