Su FinanzaOnline, il forum di finanza personale più frequentato d’Italia, esiste un thread intitolato “Vendete tutto“. È nato qualche anno fa, nei giorni di uno dei tanti crolli che avrebbero dovuto segnare la fine dei mercati come li conoscevamo. Mentre scrivo questo articolo, quel thread è arrivato al volume 72.
Settantadue volumi. Migliaia di pagine di analisi, previsioni catastrofiche, grafici con frecce rosse verso il basso, citazioni di economisti illustri. E i mercati, nel frattempo, hanno continuato a salire, scendere, rimbalzare, toccare nuovi massimi.
Ogni volta che la parola “recessione” torna sui giornali (e torna ciclicamente, con la puntualità di un treno svizzero), succede la stessa cosa: qualcuno inizia a parlare di vendere tutto, qualcun altro risponde con dati storici, la discussione dura settimane, i mercati fanno quello che vogliono. Il thread cresce di un volume.
In questo articolo non ti dirò se la recessione arriverà o no. Non lo so. Non lo sa nessuno, e chi ti dice il contrario ti sta mentendo. Quello che posso fare è mostrarti cosa è successo storicamente ogni volta che qualcuno ha venduto tutto in attesa della recessione, e quanto è costata quella decisione.
I numeri, come spesso accade, sono più eloquenti di qualsiasi previsione.
Volume 72 del thread “vendete tutto”: una storia italiana
Prima di entrare nei dati storici, vale la pena capire perché quel thread esiste ed è così longevo. Non è una questione di stupidità degli utenti: FinanzaOnline ospita persone informate, spesso con anni di esperienza sui mercati. Il problema è strutturale.
Il nostro cervello è programmato per percepire le perdite come molto più dolorose dei guadagni equivalenti. Il termine tecnico è loss aversion, e la ricerca comportamentale di Daniel Kahneman e Amos Tversky ha dimostrato che una perdita di 100 euro fa male circa il doppio rispetto al piacere di un guadagno di 100 euro. Quando i mercati scendono del 15%, la reazione emotiva è sproporzionata rispetto alla reazione razionale che ci sarebbe utile avere.
A questo si aggiunge la copertura mediatica. I giornali non vendono copie con titoli come “I mercati hanno fatto +0,3% anche oggi”. Le vendono con “Crollo in Borsa: è il momento di temere il peggio?”. Ogni correzione diventa un presagio, ogni dato economico negativo un segnale di catastrofe imminente. Il rumore di fondo è costante e si amplifica nelle fasi di incertezza.
Il risultato è prevedibile: ogni volta che arriva una correzione seria (o anche solo una semi-seria), il thread “vendete tutto” guadagna decine di pagine nel giro di pochi giorni. Gli utenti si scambiano articoli allarmanti, analisi tecniche che mostrano pattern preoccupanti, e domande come “secondo voi è il momento di uscire?”
La risposta giusta a quella domanda, quasi sempre, è no. Non perché i mercati non possano scendere ancora. Possono. Ma perché nessuno sa quando risaliranno, e uscire significa dover indovinare anche il momento giusto per rientrare.
Hai presente quante volte, negli ultimi vent’anni, gli investitori hanno dovuto aspettare il “momento giusto” per rientrare? Quasi sempre quel momento non è mai arrivato con la chiarezza sperata, e chi aspettava ha aspettato troppo. Lo vedremo tra poco con i numeri.
Le “recessioni imminenti” che non sono mai arrivate
Uno degli aspetti più istruttivi della storia finanziaria recente è la frequenza con cui la recessione viene annunciata senza poi materializzarsi. Non sto parlando di profeti di sventura sui social: parlo di economisti seri, banche d’investimento, istituzioni autorevoli che hanno sbagliato la previsione in modo sistematico.
2011: la crisi del debito europeo. La Grecia rischiava il default, l’euro sembrava sul punto di implodere, spread alle stelle in tutta la periferia europea. Lo S&P 500 corresse del 19,4% tra aprile e ottobre. In molti dissero che era l’inizio di qualcosa di molto peggio. Non ci fu recessione negli USA. Chi vendette ai minimi di ottobre 2011 perse il successivo rally: lo S&P 500 chiuse il 2012 in rialzo del 16%.
2015-2016: il rallentamento cinese e il crollo del petrolio. La Cina stava rallentando, il greggio era crollato sotto i 30 dollari al barile, le economie emergenti erano sotto pressione. Le previsioni di recessione globale abbondavano. Lo S&P 500 scese del 15% tra agosto 2015 e febbraio 2016. La recessione non arrivò. Il mercato azionario americano chiuse il 2016 con un +12%, e il 2017 con un altro +21%.
2018-2019: la curva dei rendimenti invertita e la guerra commerciale. Questo è un caso particolarmente interessante perché la curva dei rendimenti (uno degli indicatori di recessione più seguiti) si invertì davvero. La guerra commerciale tra USA e Cina era nel pieno. Lo S&P 500 perse il 20% nel quarto trimestre del 2018. I titoli dei giornali urlavano recessione. Il 2019 fu uno degli anni migliori degli ultimi decenni: +31,5% per lo S&P 500. La recessione arrivò nel 2020, per ragioni completamente diverse da quelle previste nel 2018.
2022-2023: inflazione, rialzi dei tassi, “hard landing”. La Fed stava alzando i tassi alla velocità più sostenuta degli ultimi quarant’anni. Praticamente ogni economista intervistato prevedeva una recessione tra fine 2023 e inizio 2024. Lo S&P 500 perse il 18% nel 2022. La recessione, di nuovo, non arrivò. Il 2023 chiuse con +26%, il 2024 con un altro +23%.
Questo non significa che le recessioni non esistano. Esistono, e quando arrivano fanno male. Ma prevedere il momento esatto è straordinariamente difficile anche per chi ha accesso a tutti i dati economici del mondo. Per un investitore retail che legge le notizie sui giornali, la probabilità di azzeccare i tempi è ancora più bassa.
L’NBER (National Bureau of Economic Research), l’istituzione che dichiara ufficialmente le recessioni negli USA, data ufficialmente l’inizio e la fine di ogni recessione con mesi di ritardo rispetto agli eventi reali. Questo perché servono dati consolidati per essere sicuri. Quando leggi sui giornali che “siamo in recessione”, spesso il mercato ha già toccato i minimi e ha cominciato a risalire.
La cosa più paradossale? Nel 2020, la recessione più breve della storia moderna (febbraio-aprile 2020, ufficialmente solo due mesi secondo il NBER) coincise con uno dei crolli più rapidi e uno dei rimbalzi più violenti mai registrati. Chi vendette a marzo 2020 acquistando liquidità “per sicurezza” si trovò a dover scegliere quando rientrare mentre il mercato già risaliva del 50% dai minimi.
Il costo reale di uscire dal mercato: quei dieci giorni che fanno la differenza
C’è uno studio che le principali case di gestione citano da anni, e che continua a essere valido indipendentemente dall’aggiornamento dei dati. L’analisi, resa celebre dalle ricerche di JP Morgan nella sua Guide to the Markets, guarda cosa sarebbe successo a un investitore che avesse perso i migliori giorni del mercato nel tentativo di evitare i peggiori.
I numeri fanno impressione. Immagina 10.000 euro investiti sullo S&P 500 per vent’anni. Se sei rimasto investito per tutti e 20 gli anni, il tuo capitale è cresciuto in modo significativo. Se invece hai perso i 10 migliori giorni di quei 20 anni (dieci giorni su 5.200 giorni di borsa aperta), il tuo rendimento finale si riduce di circa la metà. Perdere i 20 giorni migliori lo riduce di quasi tre quarti.
La parte più insidiosa è questa: i giorni migliori del mercato tendono a concentrarsi subito dopo i giorni peggiori. Spesso cadono nelle settimane immediatamente successive a un crollo, quando la volatilità è alta e la paura è al massimo. Chi ha venduto per proteggersi dal ribasso spesso manca proprio il rimbalzo iniziale, che è tipicamente il più violento.
Guardiamo il caso concreto del 2020. Il 23 marzo 2020 fu il giorno del minimo: i mercati avevano perso circa il 34% dai massimi di febbraio nel giro di poche settimane. Un investitore spaventato che vendette quel giorno portò a casa la perdita del 34%. Nei quattro giorni lavorativi successivi, il mercato rimbalzò di quasi il 20%. Chi aveva venduto al minimo stava già guardando i treni partire.
Facciamo un esempio con numeri italiani. Marco ha 20.000 euro investiti in un ETF su MSCI World. A marzo 2020 vede il proprio portafoglio scendere a 13.200 euro e decide di vendere tutto “aspettando che la situazione si chiarisca”. In agosto 2020 il mercato ha già recuperato quasi completamente. Marco aspetta ancora, perché ora ha paura di comprare ai massimi. A fine 2021, il mercato è del 40% sopra i livelli di inizio 2020. Marco è ancora in liquidità, i suoi 13.200 euro rendono lo 0,5% sul conto deposito.
Non è una storia inventata per fare effetto: è la storia di molti investitori che ho letto nei thread di FinanzaOnline, raccontata in prima persona con nomi diversi ma trama identica.
Sul blog ho scritto in dettaglio perché il market timing non funziona analizzando i dati storici: se ti interessa approfondire la matematica dietro queste dinamiche, ti rimando a quell’articolo.
Quando la recessione arriva davvero: i dati storici sui drawdown e i recuperi
Fin qui abbiamo parlato di recessioni che non sono arrivate. Ma le vere recessioni esistono, e bisogna guardare anche a quelle per avere un quadro completo.
La Grande Crisi Finanziaria del 2008-2009 è il riferimento che spaventa di più gli investitori. Lo S&P 500 perse il 57% dal picco di ottobre 2007 al minimo di marzo 2009. Una caduta devastante, che nessuno minimizza. Chi aveva 100.000 euro investiti si ritrovò con 43.000 euro.
Ma chi non vendette, e rimase investito, aveva già recuperato tutto entro aprile 2012: poco più di tre anni dopo il minimo. E chi aveva continuato a investire durante il crollo (con un PAC, per esempio) aveva recuperato molto prima, comprando a prezzi scontati durante la discesa.
Il punto non è che le recessioni non facciano male. Fanno malissimo, soprattutto nell’immediato. Il punto è che la storia del mercato azionario globale è una serie di crisi, crolli e recuperi in cui l’asse del tempo si muove sempre verso l’alto. Non in linea retta, non senza interruzioni violente, ma verso l’alto.
Ecco i dati sui principali drawdown dell’indice azionario americano negli ultimi cent’anni e i tempi di recupero:
- Grande Depressione (1929-1932): -89% dai massimi. Recupero completo: 25 anni. Caso estremo, mai replicato.
- Recessione 1973-1974: -48%. Recupero: circa 7 anni.
- Black Monday 1987: -34% in pochi giorni. Recupero: circa 2 anni.
- Bolla dot-com (2000-2002): -49%. Recupero: circa 7 anni.
- Crisi finanziaria (2007-2009): -57%. Recupero: circa 5 anni.
- COVID-19 (2020): -34%. Recupero: circa 5 mesi.
Ho analizzato le crisi storiche più in dettaglio nell’articolo sulle 8 lezioni dalle crisi di mercato: ogni crisi ha le sue caratteristiche, ma il pattern di lungo periodo è coerente.
La domanda che si pone chi vuole vendere in attesa della recessione è: “E se questa fosse la Grande Depressione?” È una domanda legittima. Ma le condizioni del 1929 (mancanza di garanzie sui depositi, assenza di politiche fiscali anticicliche, gold standard rigido, nessun coordinamento internazionale) non si replicano facilmente nel contesto attuale. Non è impossibile, ma è un’ipotesi estrema che giustificherebbe scelte di portafoglio estreme solo per chi ha orizzonti temporali cortissimi o necessità di liquidità imminente.
Per un investitore con orizzonte temporale di 10, 15 o 20 anni, anche la crisi peggiore degli ultimi decenni si è risolta in un arco di tempo ragionevole. Ho analizzato in dettaglio perché investo nel mercato azionario nel lungo termine proprio partendo dai dati storici di S&P 500 e MSCI World.
Il problema della previsione: perché gli economisti sbagliano così tanto
Se vendere tutto fosse la mossa giusta, gli economisti professionisti lo farebbero sistematicamente, e si arricchirebbero. Non succede. Anzi, la ricerca empirica mostra che le previsioni macroeconomiche dei professionisti sono appena leggermente meglio del caso, specialmente nei momenti di svolta del ciclo economico: esattamente quando sarebbe più utile averle accurate.
Un’analisi pubblicata dal Fondo Monetario Internazionale ha esaminato le previsioni di recessione nei principali paesi avanzati tra il 1992 e il 2014. Il risultato: nella stragrande maggioranza dei casi, le recessioni non venivano previste l’anno prima. Le previsioni consensus di aprile di ogni anno non identificarono come “anno di recessione” nessuno dei 153 episodi recessivi nel campione.
Tradotto in termini pratici: se i migliori economisti del mondo, con accesso a tutti i dati, non riescono a prevedere le recessioni con anticipo sufficiente per essere utile, chi può farlo? La risposta è: praticamente nessuno, con consistenza. Ci sono casi di previsioni corrette, ma statisticamente non distinguibili dal caso.
Questo vale anche per gli indicatori più seguiti. La curva dei rendimenti invertita (quando i tassi a breve superano quelli a lungo termine) è considerata il segnale di recessione più affidabile. Ha anticipato tutte le recessioni americane degli ultimi cinquant’anni. Ma ha anche dato falsi segnali, e il ritardo tra l’inversione e l’eventuale recessione varia enormemente: da sei mesi a due anni. Un investitore che avesse venduto ad ogni inversione della curva avrebbe saltato alcuni degli anni migliori della storia recente.
Il problema non è che gli indicatori siano inutili: servono agli economisti per fare politiche macroeconomiche. Il problema è usarli per timing di mercato. Sono strumenti sbagliati per lo scopo.
Ho scritto un articolo specifico sulla probabilità di recessione e come gestire gli investimenti dove analizzo in dettaglio gli indicatori principali e i loro limiti: ti consiglio di leggerlo se vuoi capire la differenza tra usare i dati macro per informarsi e usarli per fare previsioni operative.
Il rendimento medio del mercato e perché toglierti dal mercato è costoso
C’è un numero che vale la pena tenere a mente: il mercato azionario globale ha reso storicamente intorno al 7-8% annuo reale nel lungo periodo, al netto dell’inflazione. Non ogni anno, non in modo lineare, ma come media su periodi lunghi.
Ogni giorno che stai fuori dal mercato, stai potenzialmente rinunciando a una frazione di quel rendimento. Il problema non è un giorno, ovviamente. Il problema è che chi esce in attesa della recessione spesso rimane fuori mesi, a volte anni, aspettando il “segnale sicuro” per rientrare. Quel segnale raramente arriva con la chiarezza sperata.
Immaginiamo Giulia, che ha un portafoglio da 50.000 euro e decide di uscire dal mercato a gennaio 2023 perché “la recessione sta per arrivare” (era effettivamente quello che dicevano tutti). Mette tutto in un conto deposito al 4%. Nel frattempo il mercato azionario globale fa circa +22% nel 2023 e un altro +15% nel 2024. Giulia ha guadagnato circa 8.000 euro in due anni col conto deposito. Chi è rimasto investito ha guadagnato circa 18.500 euro nel 2023 e poi un altro 20.000 nel 2024 sulla base rivalutata. La differenza è sostanziale, e non è recuperabile facilmente.
Questo non significa che il conto deposito sia sbagliato in assoluto: ha il suo ruolo, specialmente per la liquidità di emergenza e la quota conservativa del portafoglio. Ma usarlo come rifugio temporaneo in attesa di “aspettare che passi la bufera” implica la certezza di saper prevedere sia il momento di uscita che quello di rientro. Una certezza che nessuno ha.
Cosa fare invece di vendere tutto
Se vendere tutto non è la risposta, cosa si fa concretamente quando i mercati scendono e i giornali urlano recessione? Ci sono alcune cose che funzionano, e alcune che sembrano funzionare ma non funzionano.
Verificare la propria asset allocation. Se un calo del 20% del mercato ti provoca insonnia e voglia di vendere tutto, il problema non è il mercato: è che il tuo portafoglio è troppo aggressivo per il tuo profilo reale. La soluzione non è vendere nel momento peggiore, ma riallocare in un momento di mercato normale verso una composizione che puoi sostenere emotivamente anche nei periodi difficili. Un portafoglio lazy con una componente obbligazionaria adeguata ti aiuta proprio a reggere le fasi di ribasso senza prendere decisioni affrettate: sul blog trovi un’analisi approfondita dei principali lazy portfolio e delle loro performance storiche nei periodi di crisi.
Continuare il PAC. Se stai investendo con un piano di accumulo, una recessione è il momento peggiore per sospenderlo e il momento migliore per mantenerlo. Ogni versamento durante un mercato ribassista compra più quote allo stesso prezzo. Non lo “senti” emotivamente come un vantaggio, perché vedi il tuo portafoglio in rosso. Ma matematicamente è così che funziona il cost averaging: le fasi di ribasso abbassano il prezzo medio di carico.
Non guardare il portafoglio ogni giorno. Questa è probabilmente la cosa più utile che puoi fare. Il problema non è avere informazioni: è avere troppe informazioni in tempo reale su qualcosa che dovrebbe essere gestito su orizzonti decennali. Ogni volta che guardi il portafoglio e lo vedi in rosso, il tuo sistema limbico risponde come se stessi perdendo soldi in questo momento, anche se non hai venduto niente. Ridurre la frequenza di controllo riduce lo stress e riduce la probabilità di prendere decisioni sbagliate.
Ribilanciare invece di fuggire. Se il tuo portafoglio ha un’allocazione target del 70% azionario e 30% obbligazionario, e un crollo dei mercati ti ha portato a 55/45, il ribilanciamento ti chiede di fare esattamente l’opposto di quello che vuoi fare emotivamente: vendere obbligazioni (che hanno tenuto) e comprare azioni (che sono scese). È controintuitivo, ma è quello che mantiene il portafoglio allineato alla tua strategia di lungo periodo. Ho scritto un articolo sul ribilanciamento del portafoglio con un’analisi di quando e come farlo.
Investire sui massimi (o quasi) non è un errore. Uno degli argomenti che alimenta il thread “vendete tutto” è l’idea che il mercato sia “troppo caro” e che quindi convenga aspettare. La ricerca mostra sistematicamente che entrare sui massimi storici, in media, non produce rendimenti peggiori rispetto a qualsiasi altro momento di ingresso nel lungo periodo. Ho analizzato questo tema in dettaglio nell’articolo su investire sui massimi di mercato.
Tenere separata la liquidità di emergenza. Una delle cause principali del panico durante le crisi è non avere liquidità disponibile fuori dal mercato. Se il tuo fondo di emergenza (in genere tre-sei mesi di spese) è investito insieme al resto del portafoglio, una crisi ti costringe a vendere in perdita per coprire spese impreviste. Tenerlo separato su un conto corrente o conto deposito svincolato ti dà la serenità di non dover toccare gli investimenti nel momento peggiore.
Avere un piano scritto prima che arrivi la crisi. Questa è la differenza più grande tra un investitore che regge le fasi difficili e uno che non regge. Se sai prima cosa farai quando il mercato scenderà del 20%, del 30%, del 40%, non devi prendere decisioni in preda all’adrenalina del momento. “Se il mercato scende del 30%, continuo il PAC e non vendo niente” è una regola che puoi scrivere su un foglio e appendere al muro. “Deciderò cosa fare quando succede” è una ricetta per vendere ai minimi.
Il ruolo corretto delle preoccupazioni macroeconomiche
Attenzione a non fraintendere il messaggio di questo articolo. Non sto dicendo che le recessioni non esistano, che i rischi macroeconomici siano irrilevanti o che bisogna ignorare tutto quello che succede nel mondo. Sto dicendo che le preoccupazioni macro hanno un ruolo specifico nella gestione del portafoglio, e quel ruolo non è “decidere quando vendere tutto”.
Le informazioni macroeconomiche servono per costruire un portafoglio resiliente: per decidere le proporzioni tra azionario e obbligazionario, per valutare la diversificazione geografica, per capire il profilo di rischio complessivo. Non servono per fare timing di mercato, perché nessuno le sa leggere abbastanza bene da batterci il mercato in modo consistente.
Se sei preoccupato per una possibile recessione, la domanda giusta non è “devo vendere?”. La domanda giusta è: “Il mio portafoglio attuale è costruito in modo da sopportare una recessione senza che io debba fare niente?” Se la risposta è sì, puoi leggere le notizie con più serenità. Se la risposta è no, il momento per aggiustarlo non è quando la paura è al massimo, ma adesso, con calma.
Vale anche la pena distinguere tra la recessione economica (PIL negativo per due trimestri consecutivi) e un bear market (calo del 20% o più dei mercati azionari). Non sempre coincidono, e non sempre nel modo che ci si aspetta. Il mercato azionario è un meccanismo di anticipazione: spesso scende prima della recessione e risale prima della ripresa. Chi aspetta la “conferma” della recessione per vendere, spesso vende quando il mercato ha già fatto gran parte del ribasso. Chi aspetta la “conferma” della ripresa per comprare, spesso compra quando il mercato ha già fatto gran parte del rimbalzo.
Domande frequenti
Se arriva una vera recessione grave, non è meglio uscire dal mercato in anticipo?
In teoria sì. Il problema è che non esiste un modo affidabile per sapere in anticipo che una recessione sarà grave invece di essere breve. Il COVID ha causato la recessione più breve della storia moderna (due mesi), ma il crollo di mercato associato è stato tra i più veloci e profondi. Chi uscì spaventato perse il rimbalzo. La crisi del 2008 fu invece molto lunga, ma anche lì chi cercò di entrare e uscire nel momento giusto quasi sempre sbagliò i tempi. La difficoltà non è capire che la recessione è arrivata: è capire quando finirà e il mercato toccherà il minimo.
Il thread “vendete tutto” di FinanzaOnline ha mai avuto ragione?
In certi momenti il timing è stato corretto per coincidenza, ovvero l’allerta è arrivata in prossimità di un vero crollo. Ma anche in quei casi, chi seguì il consiglio si trovò di fronte alla domanda successiva: quando rientrare? E raramente la risposta fu “ai minimi”, perché i minimi li si riconosce solo col senno di poi. Il problema del thread non è che le preoccupazioni siano infondate: è che “vendete tutto” è un’istruzione binaria applicata a un problema che richiede sfumature.
E se ho bisogno di quei soldi tra due anni?
Questo cambia tutto. I soldi che hai bisogno di usare entro due o tre anni non dovrebbero essere investiti in azionario, punto. Non perché stia arrivando una recessione, ma perché il mercato azionario non è lo strumento adatto per orizzonti brevi. Se hai un’esigenza di liquidità a breve termine, i soldi per quella esigenza devono stare su un conto deposito o strumenti a bassa volatilità, indipendentemente da quello che fanno i mercati. La separazione tra obiettivi di breve e lungo termine è una delle basi della pianificazione finanziaria.
Come faccio a capire se il mio portafoglio è sufficientemente difensivo?
La risposta più onesta è: se un calo del 30% del tuo portafoglio ti farebbe perdere il sonno o vorresti vendere tutto, non sei abbastanza difensivo. Puoi usare i dati storici dei drawdown dei principali lazy portfolio per capire quante perdite temporanee saresti disposto a sopportare. Un portafoglio 100% azionario può perdere fino al 50-60% in un bear market grave. Uno 60/40 tipicamente perde molto meno. La scelta dipende dal tuo orizzonte temporale, dalla tua tolleranza emotiva e dalla tua situazione finanziaria complessiva.
Cosa c’è di diverso stavolta rispetto alle recessioni passate?
Questa è la domanda più comune, e la più pericolosa. “Stavolta è diverso” sono le quattro parole più costose nella storia degli investimenti, per citare un’osservazione che viene attribuita a varie fonti. Non perché il mondo non cambi mai, ma perché quasi ogni ciclo economico porta con sé elementi di novità che vengono usati per giustificare previsioni catastrofiche. Le motivazioni cambiano (oggi è il debito, ieri era la Cina, l’altro ieri erano i derivati), ma il meccanismo psicologico è identico.
Una nota finale
Il thread “vendete tutto” di FinanzaOnline continuerà a crescere. Quando uscirà il volume 73, poi il 74, poi il 100, ci sarà qualcuno che avrà ragione per qualche mese, e molti che avranno torto per anni. Non è una critica agli utenti: è la descrizione onesta di quanto sia difficile fare previsioni sui mercati finanziari.
La strategia che ha funzionato storicamente non è quella di uscire nei momenti giusti e rientrare nei momenti giusti. È quella di rimanere investiti con un portafoglio costruito in modo da non doversi fare troppe domande ogni volta che arriva una notizia preoccupante. Un portafoglio che puoi guardare scendere del 20% senza sentire il bisogno di fare qualcosa di drastico.
Cominciare prima e restare investiti più a lungo conta più di qualsiasi altra variabile. I dati storici non lasciano molti dubbi su questo.
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Non sono un consulente finanziario, ma un investitore comune che condivide il proprio percorso. Questo articolo è a scopo educativo. Le performance passate non garantiscono rendimenti futuri. La tassazione, i costi e le performance possono differire dai dati storici. Valuta attentamente la tua situazione personale, tolleranza al rischio e obiettivi finanziari. Se hai dubbi, consulta un professionista qualificato.