Due parole sulla crisi della Silicon Valley Bank

In questi giorni stanno impazzando sul web titoli apocalittici a seguito del fallimento della Silicon Valley Bank (SVB) di questa settimana, citando il caos innescato dal crollo della Lehman Brothers e la crisi del 2008.

Non è mio interesse né è nelle mie competenze analizzare le conseguenze di questo fallimento. Nessuno sa cosa accadrà e lo vedremo strada facendo. Se qualcuno avesse la sfera di cristallo, avrebbe previsto il fallimento della Silicon Valley Bank e non saremmo qui a parlarne.

Quello che farò è uno spiegone di cosa è accaduto e di cosa ci possiamo portare a casa da questo evento.

Chi è e cosa fa la Silicon Valley Bank?

SVB Financial Group, divisone della più grande Silicon Valley Bank, è una banca americana che annovera tra i suoi clienti molte startup e società venture capital. Per capire il giro d’affari di questa banca, basti pensare che nel primo trimestre 2020 deteneva depositi per 60 miliardi di dollari. A fine primo trimestre 2022 i depositi erano passati a 198 miliardi.

Cosa se ne faceva la banca di questi soldi? Come ogni banca li utilizzava e li investiva in vari asset. La stragrande maggioranza degli asset detenuti dalla Silicon Valley Bank erano obbligazioni governative USA a lungo termine. Il portafoglio titoli della banca era passato da 27 miliardi di dollari nel primo trimestre 2020 a 128 miliardi di dollari a fine primo trimestre 2022.

Il primo problema

Detenere un portafoglio composto per lo più da obbligazioni USA a lungo termine potrebbe sembrare una buona mossa. Le obbligazioni USA sono titoli teoricamente privi di rischio, anche se, come ho spiegato in questo articolo, le obbligazioni a lungo termine sono più volatili di quelle a breve termine. E cosa è successo in questi mesi? C’è stato l’aumento dei tassi di interesse tra i più vertiginosi degli ultimi 40 anni. Tale aumento, necessario per ridurre l’inflazione, ha fatto crollare i prezzi delle obbligazioni a lungo termine emesse negli scorsi anni ben sotto la pari (ossia il prezzo di vendita è sceso sotto il nominale), in quanto le nuove emissioni a dei tassi più alti sono molto più appetibili per l’investitore.

Questo ha comportato una perdita non realizzata sul portafoglio della banca di ben 17 miliardi alla fine del 2022.

Nessun problema se fosse solo questo. Alla fine sono obbligazioni governative, a scadenza si viene remunerati alla pari, ossia al prezzo di emissione, e le perdite sono solo virtuali fino a che non si vendono.

Il secondo problema

Quello che la Silicon Valley Bank ha sottostimato è stato l’effetto che un aumento dei tassi di interesse avrebbe avuto su delle startup. Se nel primo trimestre 2022 il totale dei depositi era vicino a 200 miliardi di dollari a fine 2022 era calato a 173 miliardi con una stima futura di una ulteriore riduzione a doppia cifra percentuale.

Questo perché le startup clienti della Silicon Valley Bank, a seguito dell’aumento dei tassi, non riuscivano più a finanziarsi tramite IPO e fondi privati e quindi hanno iniziato a ritirare i propri depositi, necessari all’operatività delle aziende.

SVB Financial ha dovuto quindi vendere un totale di 21 miliardi di dollari di obbligazioni, realizzando una perdita di circa 2 miliardi.

Per recuperare la perdita, ha annunciato un aumento di capitale tramite emissione di nuove azioni per 2,25 miliardi di dollari.

La conseguenza

L’annuncio di un aumento di capitale insieme alla realizzazione di una perdita di 2 miliardi per far fronte alla richiesta di ritiro depositi ha generato la reazione opposta: il prezzo delle azioni è crollato all’apertura della sessione di giovedì 9 marzo 2023 da 267 dollari per azione a 180 (in gergo questo “salto” si chiama gap down) per poi crollare a 105 in chiusura della sessione.

silicon valley bank

Alcune testate riportano che dei venture capitalist abbiano chiamato i loro clienti mercoledì e giovedì 8 e 9 marzo 2023 per esortarli a ritirare il denaro dalla banca. Questo non avrebbe fatto altro che aumentare il panico e la corsa agli sportelli.

Nella giornata di giovedì, molti clienti si sono rivolti alla banca per ritirare i loro depositi per un totale di richieste di 42 miliardi di dollari.

La banca è andata in crisi di liquidità e gli enti regolatori (FDIC in primis) hanno sequestrato i depositi. Nota positiva: chi aveva conti sotto il 250.000 dollari rivedrà i suoi soldi molto presto. Gli altri dovranno attendere un po’ di più. Quello che preoccupa di più è il fatto che molti clienti avessero depositato nelle casse della SVB le somme necessarie per portare avanti la loro operatività (incluso il pagamento degli stipendi ai dipendenti). Questo è un problema che dovrà essere risolto con urgenza per non innescare un fallimento a catena.

L’importanza di conoscere la propria clientela

In primis, possiamo dire che la clientela di una banca non è tutta uguale. Le banche vendono asset in perdita ogni giorno, ma quello che è successo alla SVB è stata una bank run (o, per dirla alla nostrana, una corsa agli sportelli) dovuta più al panico che altro. I fondatori di startup tecnologiche sono persone che molto probabilmente hanno la capacità di leggere dei bilanci e di comprendere velocemente cosa accade nel mondo intorno a loro. Se ciò che è accaduto alla Silicon Valley Bank fosse accaduto alla Banca Popolare di Poggibonsi di Sotto, che ha come clienti il macellaio in fondo alla strada e il fornaio all’angolo, non ci sarebbe stata questa crisi di liquidità che ha innescato il fallimento.

In pratica, le varie startup hanno fatto come il marito che si tagliò il cazzo per fare un dispetto alla moglie. Per paura di rimanere col cerino in mano sono corsi a ritirare i loro depositi, ma così facendo sono stati concausa del fallimento della Silicon Valley Bank. Non si possono certo biasimare, perché si presuppone sempre (sbagliando) che una banca abbia a disposizione i nostri soldi in ogni momento e qui arriviamo alla seconda riflessione.

Qualche dubbio sulla regolamentazione riguardante la liquidità minima delle banche

La seconda cosa che mi sento di dire, nonostante molte testate giornalistiche americane difendano a spada tratta la FDIC e la SEC per l’intervento (relativamente) tempestivo, è che la regolamentazione sulle riserve di liquidità delle banche dovrebbe essere un attimo rivista. Attualmente, le banche negli Stati Uniti devono mantenere riserve minime del 10% sui depositi a vista (cioè depositi che possono essere prelevati in qualsiasi momento) e il 0% sui depositi a termine (cioè depositi a scadenza prestabilita). Ciò significa che per ogni dollaro depositato da un cliente su un conto a vista, la banca deve mantenere almeno 10 centesimi in riserve.

In una tale situazione, se per qualche motivo (come è successo), c’è una corsa agli sportelli anche non completamente giustificata, la banca non ha a disposizione la liquidità necessaria per far fronte al prelievo dei depositi.

Se consideriamo un ammontare di depositi di 170 miliardi e una richiesta di ritiro di 40 miliardi, il rapporto è circa del 25%. Significa che la banca non aveva liquidità sufficiente per coprire 1/4 dei propri depositi perché investito in attività virtualmente a rischio zero ma non svincolabili per non generare una perdita disastrosa.

Questo è un problema che gli enti regolatori americani e non solo dovrebbero affrontare, ma sembra che tutti facciano finta di niente.

Grazie per la lettura.

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